sabato 5 gennaio 2013

Natale d'autore "L'ultimo regalo" di Christiana V.

Ed eccoci giunti all'ultimo, entusiasmante appuntamento con Natale d'autore.
Oggi a regalarci una storia è Christiana V. Preparate i fazzoletti, vi farà emozionare e sognare.
La splendida copertina è realizzata da Jess Boi.

Vorrei ringraziare tutti.
Le autrici che ci hanno donato questi meravigliosi racconti, rendendoci più magico questo periodo festoso. Grazie!
Jess Boi per le grafiche delle copertine fatte con tutto l'impegno possibile. Grazie.
E il ringraziamento più grande va a voi che ci avete seguito e avete letto le nostre storie, non smetterò mai di dirvi... Grazie!

Non mi resta che augurarvi buona lettura...


L'ultimo regalo


«Signore, si svegli. È il capolinea questo.»
L'uomo sobbalzò allo scossone dato alla spalla e guardò negli occhi il conducente del bus che lo fissava con impazienza.
«Senta, mi scusi ma è la vigilia dell'Epifania e ho da terminare i regali ai miei figli. Se è stanco le chiamo un taxi. Hey, mi ascolta? Siamo al c a p o l i n e a !» urlò con le mani ai lati della bocca per farsi capire.
«Sì... sì, ha ragione, mi scusi. Mi sono appisolato» borbottò Gabriele passandosi una mano sulle palpebre sollevando gli occhiali. Balzò in piedi e saltò giù dal mezzo profondendosi in mille scuse e tanti auguri per i ragazzini. Si guardò attorno stranito. Il capolinea, cavoli se era lontano da casa e faceva anche freddo! Infilò i guanti e alzò il cappuccio del giaccone. Nevicava a grossi fiocchi, una situazione davvero anomala per Firenze umida per antonomasia e nessun cittadino era preparato a un clima così.
Passò davanti alle ultime vetrine in chiusura e una commessa, che stava abbassando la saracinesca, fece un passo indietro alla sua vista. Non ci prestò nemmeno attenzione. La vigilia dell'Epifania, quelle ridicole quanto inutili feste sarebbero infine terminate lasciandogli una parvenza di scorrevolezza quotidiana. Ormai non festeggiava più da un anno, da quando Chiara...
Scosse il capo e allungò il passo, doveva tornare a casa in fretta. C'erano ancora luminarie nelle strade e ai balconi, l'unica cosa che gli permetteva di respirare relativamente meglio era il sapere che l'indomani le casalinghe impazzite avrebbero fatto piazza pulita di tutto quello che portava fastidio e polvere in casa.
«Finalmente» bofonchiò tra i denti seguendo il corso dei pensieri, ma erano ancora tutte accese; i disegni di natività sospese a mezz'aria, gli alberi intermittenti alle finestre, i grossi fiocchi di neve da una parte all'altra delle strade tra un negozio e l'altro. L'Epifania che tutte le feste porta via. Si sentì stringere la gola.
No, non posso passare da qui.
Prese una serie di vicoletti che si intersecavano tra loro dove cumuli di neve stavano ad intendere da quanto tempo scendesse senza che nessuno si prendesse la briga di spalare. Un' altra imprecazione a mezza bocca. Era diventato così intollerante che lo infastidiva ogni cosa e chiunque, vedendolo così grosso, barbuto e scontroso, avrebbe pensato che avesse ben più dei suoi trent'anni. Ma non gliene poteva fregar di meno. In realtà non gli importava più di niente.
Altro cumulo, ennesima deviazione. Una parolaccia tra i denti e un calcio a un mucchio di ciarpame. Dlin. Si bloccò sui suoi passi e si voltò. In un angolo vide luccicare qualcosa, si accovacciò e allungò una mano togliendo via la neve dal cencio sporco che tintinnava. Aggrottò le sopracciglia stupito, ma mise l'oggetto in tasca e corse via. Dopo vari slalom e salti degni d'un discesista alle Olimpiadi Invernali, arrivò infine a casa, chiuse la porta e scrollò via  la neve dalle spalle fregandosene che cadesse ovunque lasciando goccioloni che insozzavano tutto. Andò in soggiorno con un gesto infastidito della mano. Ma sì, ci avrebbe pensato Tina l'indomani, dopotutto doveva guadagnarsi lo stipendio che le dava, no?
Accese una lampada lontano dalle finestre e tirò fuori il fagottino che aveva trovato: un piccolo folletto di Natale, tutto di stoffa verde, con tanto di calze a righe e con un campanello dorato alla fine del cappello a punta. Era lercio da morire, così lo lavò con cura con del sapone neutro e lo mise ad asciugare su un termosifone. Era una fortuna che il suo condominio avesse il riscaldamento in comune, altrimenti si sarebbe lasciato morire di freddo.
E mentre si sedeva di fronte al pupazzetto, lo fissava incantato. Aveva gli occhi a mandorla e un sorriso bieco, non aveva mai capito se i folletti fossero creature buone o cattive, non che gliene importasse qualcosa, ma nei suoi ricordi c'era già questa domanda. Andò in cucina a prendere un bicchiere di vino e scaldò le fette di pizza avanzate dal giorno precedente, le trangugiò e se ne andò sul divano. Scalciò le scarpe e si stese togliendo gli occhiali, lo sguardo tornò al folletto. C'era qualcosa che lo attirava in quell'affare, anche perché adesso che era pulito, pareva nuovo. Forse era caduto a qualche bambino mentre giocava per strada, chissà.
Guardò fuori la città che andava a dormire mentre lui restava  a fare una veglia che non voleva, ma che non riusciva ed evitare. Soffriva d'insonnia già da tempo, ma rifiutava i farmaci, comunque non lo avrebbero aiutato. Nulla poteva, a lui mancava lei, che non c'era più da quasi un anno. Sospirò travolto dai ricordi che lo sconvolgevano ogni sera, dolorosamente dolci nella cattiveria della mente che riproponeva immagini troppo vivide e reali.
Era stato il primo Natale senza Chiara ed era sopravvissuto, se di vita si possa mai parlare! Erano pappa e ciccia, felici come pochi, coi loro alti e bassi, ma certi del loro amore. Tutto era terminato quando quella maledetta Lancia Delta l'aveva investita con la sua bici, da allora infatti si muoveva a piedi o con l'autobus, visto che il suo ufficio era davvero lontano da casa. Si era chiuso in se stesso senza aver voglia di far niente; respirava, mangiava, andava in bagno, ma come un automa, non perché volesse. Ogni mattina si stupiva di risvegliarsi, ad esempio, ma i suoi polmoni continuavano a contrarsi, così come il cuore a battere ed eccolo aprire gli occhi ogni volta e scoprire di sentire sempre le stesse urla dei venditori o i clacson delle auto. Come se non fosse successo nulla, come se Chiara non fosse morta.
Balzò in piedi e prese il folletto andando alla finestra, lo strinse tra le mani mentre la neve scendeva copiosa coprendo il manto stradale, l'indomani i bambini avrebbero avuto il dono più grande al loro risveglio, poter fare un bel pupazzo di neve.
«E a me, quando arriverà un regalo?» sussurrò fissando il pupazzetto. Tornò al divano e si stese tenendolo tra le mani, sperando che le ore passassero in fretta. La notte era sempre la più lunga, non terminava mai e l'indomani non doveva nemmeno  lavorare. Senza rendersene conto si addormentò e si svegliò di soprassalto quando la mano gli cadde giù dal divano facendo tintinnare il campanello.
«Cosa...?» esclamò guardando il suo petto. Il folletto era seduto e lo fissava coi suoi occhi obliqui. Una strana inquietudine gli fece passare la mano sugli occhi come se stesse sognando, invece il pupazzo inclinò la testa di lato guardandolo incuriosito.
«Sei vero?» Al cenno d'assenso fece per alzarsi, ma il folletto si mise in piedi inchiodandolo ai cuscini.
«Cosa vuoi?» chiese spaventato quando capì che l'oggetto era vivo.
«Farti un ultimo regalo di Natale. Siamo ancora in festa.»
Ma stava davvero parlando con quel coso? Era già da un po' che la notte sentiva il cranio più sottile, come se qualcuno da dentro la sua testa si prendesse la briga di scavare le pareti col cucchiaino, pensava che fosse una specie di delirio notturno, non la realtà. Ormai era prossimo alla pazzia.
«Un regalo, a me?»
Il folletto annuì e porse la mano piena d'imbottitura.
«Ti porterò dove puoi vederla.»
Parlava di Chiara, vero? Non poteva essere altrimenti, l'unica cosa che avrebbe voluto era lei. Con la fiducia della disperazione prese la stoffa e... non successe nulla. Si guardò intorno.
«Certo, un sogno a occhi aperti!» esclamò arrabbiato.
«Hey, che brutto tono!»
Voltò la testa di scatto ed eccola lì la sua Chiara che lo fissava con quel suo sguardo canzonatorio così speciale che dedicava solo a lui. Si avvicinò di corsa e gli si mise di fianco con lo sguardo sofferente.
«Gabriele, come ti sei ridotto?»
Incredulo allungò una mano che lei prese e si portò al viso, poi baciò il palmo con dolcezza. Oh Signore, era calda, era viva.
«Sto sognando vero?»
«Solo se vuoi.»
«Che significa, che resterai con me e non mi lascerai mai più?» esclamò stringendole entrambe le mani. Lei sorrise e sfregò il naso col suo.
«Solo se vuoi» ripeté dolcemente fissandolo negli occhi. Era esterrefatto, ma la palla di dolore che gli artigliava il petto prese ad alleggerirsi.
«Porti ancora la fede, anch'io» sussurrò Gabriele mostrandole le dita intrecciate, lei lo incatenò con gli amorevoli occhi verdi dicendo:
«Sarò per sempre tua moglie. Vogliamo andare?»
«Oh sì.» A quel punto era pronto a seguirla ovunque lei volesse che andassero, purché stessero insieme.
Il mattino seguente la signora Tina passò a casa di Gabriele per prendere i panni da lavare. Era festa, ma quel ragazzone a cui la vita aveva tirato uno scherzo duro e doloroso, era un suo chiodo fisso. Non riusciva a stare tranquilla e ogni scusa era buona per controllare che non facesse sciocchezze. Da quando aveva perso la moglie in quell'orrendo incidente era diventato l'ombra di se stesso e il suo lato materno aveva preso il sopravvento rendendola iperprotettiva e sensibile a tutto ciò che lo riguardava.
Aprì la porta e mise il giaccone all'appendiabiti di fianco al giaccone di Gabriel. Erano le dieci e non si sentiva odore di caffè; strano, vedi mai che avesse dormito per una volta. Andò alla camera da letto, ma era in ordine, come se non avesse riposato.
«Il divano, dove vuoi che sia» sussurrò tra sé avviandosi in salotto, ed ecco i piedi penzoloni. Be', almeno dormiva. Sorrise e andò alla cesta dei panni raccogliendo il tutto, mancavano però quelli del giorno precedente.
«Oh buon Dio Gabriele. Nemmeno la forza di mettere un pigiama? Coraggio, in piedi che devo sistemarti i panni. Domani torni al lavoro e vorrei approfittare per...»
Restò attonita a fissare l'uomo immobile, stranamente pallido.
«Gabriele... Gabriele...» il sussurro divenne un urlo di terrore quando si accorse che il petto non si muoveva più. Gli toccò la mano ed era ghiacciata. La signora Tina corse per le scale allarmando tutto il vicinato che si riversò sulla soglia a spettegolare e solo in pochi ebbero il coraggio di andare a curiosare.
«La famiglia, bisogna avvisarli...» rantolò tra un pianto e un altro. I padroni delle altre case ebbero la lucidità di chiamare il 118 che arrivò in volata, il medico confermò la morte attorno all'una di notte e pareva per arresto cardiaco, ma l'autopsia avrebbe saputo dire di più. Non era possibile, Gabriele... il suo Gabriele se n'era andato! Quando arrivarono i genitori del ragazzo lei restò fuori con la testa tra le mani a dondolarsi nello sconforto. Un dolore profondo le riempiva l'animo, allora era così che si sentiva lui ogni giorno. Come aveva fatto a sopportarlo per tanto tempo senza crollare?
 Una mano gentile le toccò una spalla, era il padre di Gabriele.
«Oh mio Dio signor Lorenzi... come faremo adesso? È una disgrazia, un'orribile disgrazia.»
«Si calmi signora. Volevo ringraziarla, so che non ha mai smesso di seguire Gabriele, anche quando era davvero difficile stargli accanto. Per noi era un gran conforto sapere che c'era.» Ma nessuna parola sarebbe servita a calmarla, non in quel momento almeno.
La giornata si svolse convulsa tra le mille cose da fare, ma lei non sembrava essere nel suo corpo a seguire i fatti attorno a sé. Verso le quattro tornò a casa svuotata completamente, ma ogni tanto le lacrime tornavano a sconquassarle il petto lasciandola sempre più sconvolta. Non si sa né come né quando crollò sotto un pianto e si addormentò con la testa poggiata alle braccia al tavolo della cucina.
«Tina!»
Con grande fatica si riprese, si sollevò e vide qualcuno accanto a lei.
«Gabriele... cosa... mio Dio, tu sei morto!» urlò portando le mani alla bocca con le lacrime che presero a sgorgare nuovamente copiose. L'uomo la fermò e s'inginocchiò di fronte a lei.
«Sei rasato, e pulito, e sembri più giovane. Gabriele, sei... sereno» sussurrò superando lo sbigottimento. Quello che aveva avanti era il ragazzone spensierato che aveva iniziato a servire anni addietro, quello che lei conosceva bene prima della tragedia. Lui sorrise pacato.
«Sono sereno. Finalmente ho ritrovato Chiara, sono solo venuto a dirti questo e a ringraziarti per avermi sopportato quando ero impossibile.»
«Non sei mai stato impossibile.»
«Oh sì che lo sono stato!» esclamò ridendo di cuore. Era un anno che non sentiva più quella risata e si accorse che gli era mancata, ma faceva già meno male.
« Sono tornato per darti il regalo di Natale, quest'anno non te lo avevo fatto.»
«Oh, non scherzare!» obiettò battendogli sul braccio, ma lui si alzò e le porse un piccolo folletto natalizio.
«Questo per non scordarti di me.» Lo strinse forte al cuore e sussurrò: «Mai!».
«Sai che niente è per sempre, o meglio tutto lo è?»
«Non credo di capire.»
«Hai ragione, nemmeno io ci avrei creduto se me l'avessero detto. Ma vedi, Alessio sta bene e aspetta che tu arrivi a stare con lui. Solo devi badare ancora un po' alle tue nipotine.»
Lo fissò sconvolta e prese a piangere di nuovo.
«Vuoi dire che...»
«Non ho detto niente, è solo un regalo. Ora devo andare e voglio dirti che non ti dimenticherò mai. Grazie Tina. Lo sai che sono felice vero?»
Il sogno svanì e lei si destò con una leggerezza al cuore. Fissò il pupazzetto strano e lo strinse a sé. Sì, Gabriele aveva davvero un'espressione serena, aveva trovato la sua felicità e a lei aveva lasciato un ultimo regalo che valeva più di tutte le cose del mondo.

                                             * * * * * 


L'autrice: Christiana V. sinonimo di Cristiana Verazzo.
Donna con uno sprint incredibile, si è fatta strada nelle nostre vite con "Il sigillo di Ametista", suo primo romanzo.
Seguito da "L'enigma dell'opale". 
Molti sono i suoi racconti presenti in diverse antologie.
La sua passione più grande, oltre la scrittura ovviamente, sono le fate, che colleziona.
Un vero uragano di idee.



5 commenti:

  1. O cielo... faccio fatica a frenare le lacrime... complimenti Cristiana davvero un racconto bellissimo e struggente... grazie

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  2. Grazie a te Malia. Temevo fosse un po' troppo triste x Natale, ma poiché è x l'epifania.....a me mette tristezza che le feste terminino, quindi.....

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  3. complimenti Christiana, ci hai fatto davvero emozionare :)

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