venerdì 17 maggio 2013

Racconto "Buon Samaritano" di Marco Bertoli, vincitore del contest.


Buon samaritano

Incipit: "Era una notte buia a tempestosa, si dice che le storie migliori inizino così, o con il più classico “C’era una volta”.
Nel mio caso però non può essere utilizzato, quello che sto vivendo è purtroppo nel presente, questo orribile presente che mi è caduto addosso come un macigno, facendomi ricordare di quanto il destino si diverta a prendersi gioco di ognuno di noi.
Tutto sembrava andare per il meglio, il lavoro mi gratificava e all’orizzonte c’era aria di promozione.
Non litigavo con nessuno dei miei parenti da ben tre mesi ed ero felicemente single.
Tutto fino a quella notte.
Ero appena uscito dal pub dopo una serata tra amici, la pioggia scrosciante batteva sui finestrini della mia auto.
A un tratto i fari individuarono qualcosa sulla strada, fermai la macchina, scesi e mi avvicinai.
Ciò che vidi mi sconvolse…"

Quello che mi era sembrato un fagotto di stracci rossicci sul bordo della statale assume le sembianze di una volpe. 
La povera bestia è stata investita. La metà posteriore del suo corpo è ridotta a un ammasso informe e orribile. Un grumo purpureo di pelo puzzolente, carni maciullate e ossa in frantumi. 
Vincendo l’onda di nausea che gorgoglia assassina nella mia gola, minacciando di infrangere la diga del cardias, mi chino sull’animale morente. Un volto sgomento e schifato si riflette in un occhio color dell’ambra su cui incombe un denso velo grigiastro.
Un ringhio minaccioso proveniente dalla mia sinistra mi coglie di sorpresa. 
D’istinto balzo all’indietro, guardando verso il ciglio opposto della strada. Immobile sotto un platano torturato dal vento, un grosso cane nero, forse un Rottweiler, mi fissa. Iridi fosforescenti, labbra stirate sui canini, muscoli tesi: pare che mi sfidi ad accostarmi alla volpe.
«Vattene via, bestiaccia!» grido agitando le braccia. Come effetto ottengo un secco latrato colmo di ferocia e un intimidatorio movimento in avanti. 
Confesso che non sono un “cuor di leone”, mi definisco piuttosto un “diplomatico”: capisco quando è opportuno ritirarsi prima che una situazione degeneri. Oltretutto un animale moribondo non vale certo il rischio di un morso.
Sono sul punto di risalire in auto ed ecco che, annunciato da un urlo sinfonico del clacson multitonale, un TIR sopraggiunge sulla carreggiata inversa. Attraversa le fitte cortine di pioggia con la grazia di un ippopotamo, schizzando cascate di acqua sporca in una fantasmagoria di fari e altre luci a led.
Dopo la sua fulminea e rombante uscita di scena, non c’è più traccia del cane.
Ormai fradicio, m’inginocchio accanto alla volpe. Il suo torace sussulta per lo sforzo di inghiottire l’aria. Fremiti di sofferenza sollevano i peli zuppi e poi li rilasciano agli spasmi dell’agonia.
Un occhio ormai vicino a spegnersi segue la mia mano che scende per offrire il conforto di un’ultima carezza. 
Non so dove trovi la forza, ma la bestia ferita solleva la testa, girandola il più possibile all’indietro. Socchiude la bocca. Una lingua rossa mi raspa le dita. Saliva e sangue si mescolano alla pioggia, ma non mi sottraggo. La mia paura più grande è quella di morire da solo.
Un flebile guaito esce dalle labbra della volpe. L’ultimo rantolo, penso. Poi l’uggiolio assume il ritmo di una sequenza di lettere. Sbalordito il mio cervello le ricompone in una parola: Kitsunetsuki
Troppo tardi ritraggo la mano, ricordando le storie che il nonno raccontava riguardo questa foresta e le creature disumane che l’abitano. La mia anima viene risucchiata in un gorgo di oscurità agghiacciante intanto che mi accascio sull’asfalto.
Fitte di dolore mi triturano. Non sento più le gambe, soltanto sofferenza. Respirare è un’impresa improba e straziante.
Distinguo a stento il mio vecchio corpo che torreggia incerto sopra quello in cui sono stato innervato. Strano, non mi ricordavo di avere i tratti del viso così affilati e le orecchie appuntite. E poi ero nero di capelli, non pel di carota.
La prima marcia gratta. L’automobile parte a balzelloni: il guidatore è davvero di “primo pelo”.
Buio e freddo mi abbracciano sempre più stretti. Aspetto la fine come una tragica liberazione. 
Percepisco uno scalpiccio ritmato di unghioli. 
Una grande forma nera si siede accanto a me. Occhi di brace mi riscaldano pur nella consapevolezza del fallimento.
Mi basta. Almeno non morirò da solo. 


3 commenti:

  1. wow...ad effetto! Complimenti!

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  2. E' un racconto bellissimo: originale, scritto in maniera incalzante, profondo. E poi c'è anche l'influenza della mitologia giapponese, cosa volere di più? ;-) Complimenti per la scelta!

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