martedì 21 maggio 2013

Racconto di Marta Savarino



Incipit: "Era una notte buia a tempestosa, si dice che le storie migliori inizino così, o con il più classico “C’era una volta”.
Nel mio caso però non può essere utilizzato, quello che sto vivendo è purtroppo nel presente, questo orribile presente che mi è caduto addosso come un macigno, facendomi ricordare di quanto il destino si diverta a prendersi gioco di ognuno di noi.
Tutto sembrava andare per il meglio, il lavoro mi gratificava e all’orizzonte c’era aria di promozione.
Non litigavo con nessuno dei miei parenti da ben tre mesi ed ero felicemente single.
Tutto fino a quella notte.
Ero appena uscito dal pub dopo una serata tra amici, la pioggia scrosciante batteva sui finestrini della mia auto.
A un tratto i fari individuarono qualcosa sulla strada, fermai la macchina, scesi e mi avvicinai.
Ciò che vidi mi sconvolse…"


… mi sfregai gli occhi incredulo, eppure ero lucido. Non avevo bevuto se non una birra e non potevo essere preda di allucinazioni. 
Ero fradicio a causa della pioggia battente ma per nulla al mondo sarei risalito sulla mia auto fuggendo da lì a tutta velocità. 
Poteva trattarsi di uno scherzo e in quel caso si trattava di uno scherzo di pessimo gusto…
Mi avvicinai di qualche passo, il cuore in gola e uno strano senso di vertigine. Avevo paura, me ne resi conto senza stupore. Dopotutto quanto stavo osservando aveva dell’incredibile. 
Mi chinai non senza prima essermi guardato intorno ancora una volta. Possibile che su queste maledette statali non passi mai anima viva? O forse era meglio così. Meglio non ci fossero altri testimoni di quella scena che aveva dell’incredibile.
Sfiorai il viso della ragazza, un tocco leggero ma che ebbe l’effetto di farle comunque muovere la testa. Un piccolo movimento, quasi impercettibile. Era viva e le labbra si strinsero, il viso contratto in una smorfia di dolore. Il sangue che usciva dal profondo taglio sulla fronte le scivolava lungo il viso, lavato via dalla pioggia incessante che ricadeva sull’asfalto su cui giaceva inerme.
“Mio Dio…” mormorai e non riuscivo a pensare a nulla di razionale.
Quando l’avevo vista lì, riversa al centro della carreggiata, ero corso giù dalla mia auto. Cellulare in mano pronto a chiamare la polizia, un’ambulanza per soccorrere qualcuno vittima di un incidente, di un pirata della strada. Qualcuno aveva bisogno di aiuto e dovevo agire in fretta. Ma quando mi resi conto di chi… o forse farei meglio a dire cosa avevo davanti agli occhi, mi fermai e quasi non lasciai cadere il telefono ai miei piedi.
Subito avevo pensato a uno scherzo come ho già detto, a un costume, un travestimento di carnevale fuori stagione. Invece avvicinandomi avevo visto il sangue. 
Non solo quello che imbrattava il viso della ragazza, sempre che la possa chiamare così, ma anche quello che sgorgava copioso dalle ali. 
Sì… dalle ali. 
Ho pensato fossero finte naturalmente ma realizzai che si stavano muovendo. Grosse ali dalle piume viola, forse nere. 
Era buio, pioveva troppo forte e il senso dei colori era distorto dalla luce accecante dei fari della mia auto. Ali scure che sanguinavano, vidi la profonda ferita che squarciava quella destra e il sangue che scorreva.
Cercai di pensare, essere lucido, razionale, ma come potevo riuscirci quando una ragazza con grosse ali da angelo giaceva lì per terra? Ali scure… da angelo o da demone, pensai e la mia paura crebbe.
La osservavo incredulo, indeciso su cosa fosse meglio fare.
Qualunque cosa fosse quella creatura aveva bisogno d’aiuto.
Ero talmente concentrato su quelle ali scure che non mi accorsi subito che lei aveva aperto gli occhi e mi stava osservando.
Occhi strani, forse rossi dalle pupille sottili come quelle di un felino. Trattenni un urlo, ero terrorizzato ma dopotutto chi non lo sarebbe stato in quella situazione assurda?
Aprì le labbra, voleva parlare ma era evidente che facesse fatica. Istintivamente mi avvicinai nella speranza di riuscire a capire cosa stesse cercando di dirmi.
“Salvami… Ti prego”, mormorò lei con un filo di voce.
Cosa dovevo fare? Chiamare un’ambulanza era da escludere… come si salvano gli angeli? O i demoni, o qualunque cosa sia! Non potevo scappare, un po’ alla volta stavo ritrovando la calma e la lucidità. Era una situazione assurda, una parte di me mi urlava di scappare a gambe levate ma un’altra mi diceva che non potevo lasciarla lì.
Non riuscii a parlare, mi sentivo un nodo in gola ma feci un cenno d’assenso con il capo. Lei richiuse gli occhi che fino a quel momento aveva tenuto fissi nei miei e nonostante l’espressione sofferente si lasciò sfuggire un sorriso.
La osservai ancora un momento, rapito dal suo aspetto sovrannaturale. Non fosse stato per gli occhi e le ali poteva sembrare una ragazza normale, forse sui vent’anni, non riuscivo a darle un’età. Così come non riuscivo a capire cosa fosse… Le scostai i capelli scuri che le ricadevano sulla fronte ferita e pensai a quanto fosse bello quel viso e sensuale quel corpo vestito con una semplice canottiera nera e dei pantaloni corti dello stesso colore. Scossi la testa, quel pensiero era assurdo così come era assurda quella situazione. Braccia, gambe e piedi scalzi erano ricoperti di lividi e lacerazioni. Qualunque cosa le fosse accaduta, se la doveva essere vista brutta, ne ero convinto.
Non senza timore, la sollevai da terra. Senza sforzo, era leggera. In quel momento le ali si aprirono in tutta la loro ampiezza, scosse da fremiti di dolore e lei mi si strinse al collo trattenendo un gemito. Stava piangendo e quei singhiozzi mi scossero nel profondo.
Mi avviai verso l’auto, la pioggia ci sferzava con maggiore intensità e avevo paura di scivolare e farle ancora più male. Un pensiero razionale mi attraversò la mente in subbuglio. Come facevo a farla entrare in un’utilitaria con quelle ali?
“Puoi… ehm… puoi chiuderle?”, domandai.
Lei non disse nulla ma annuì e vidi che le ali si stringevano.
“Di più non riesco. Mi dispiace… “, sussurrò tra i singhiozzi che non riusciva più a trattenere.
Certo, era ferita.
Le accarezzai i capelli fradici per confortarla.
“Va bene, stai tranquilla. Ce la faremo”, le dissi.
A fatica riuscii ad adagiarla sul sedile del passeggero con lo schienale reclinato al massimo. Si rannicchiò su se stessa e compresi che doveva avere freddo. Presi la mia giacca dal sedile posteriore e la coprii poi salii in auto anche io e accesi il motore.
Dio santissimo, che situazione… E adesso? Dove la porto? Cosa posso fare per lei?
Non sapevo cosa fare, rimanevo fermo lì con lo sguardo fisso nel vuoto. Nelle orecchie il suono del respiro affannoso della creatura sdraiata lì accanto.
Sussultai quando sentii il tocco della sua mano sulla mia, era ghiacciata, le dita bianchissime e la guardai in viso. Le labbra erano bluastre ma compresi che a differenza degli occhi quel colore era dovuto al freddo che aveva patito, abbandonata su quella strada sotto una pioggia battente. Accesi il riscaldamento e sistemai meglio la giacca intorno al suo corpo.
Lei cercò di sorridere e mi accorsi che gli occhi non erano rossi, ma di un colore più tenue e caldo, probabilmente arancioni e le pupille ora mi parvero normali.
“Grazie…”, sussurrò.
Poi chiuse gli occhi e si addormentò.
La guardai ancora per qualche istante.
Non sapevo chi era. Non sapevo che cosa era. Ma dovevo aiutarla.
Ingranai la marcia e sebbene non avessi ancora le idee chiare su cosa fosse meglio fare, sapevo solo che dovevo portarla a casa mia. No avevo alternativa. Dovevo salvarla, mi aveva pregato di farlo e non potevo deluderla.


0 commenti:

Posta un commento