sabato 21 dicembre 2013

Cercasi talenti #4: Letizia Loi

Dopo un lungo periodo di pausa, ecco finalmente il nuovo appuntamento con cercasi talenti, la rubrica che vi fa conoscere gli artisti che ci circondano, direttamente dalle loro opere.
Ripartiamo alla grande con una scrittrice che per me è stata una bellissima scoperta.
Letizia Loi, giovane e talentuosa, di cui presto vi offriremo la recensione del suo romanzo Ichnôussa, che tra l'altro trova un incastro con il suo racconto che vi proponiamo oggi.
Vi auguro una buona lettura. 


                                                   Together or not at all 
                                                             Letizia Loi






Il pub era rumoroso e affollato, quella sera, ricco del chiacchiericcio di voci cagliaritane. Non c’era musica live sul piccolo palco in fondo alla sala, ma alla clientela affezionata non sembrava importare, le voci rimbalzavano cristalline sul soffitto a volta. Sul bancone scintillava una copia di Italian for dummies e la barista – Ophelia Copperfield Hoffman, padrona del locale – sorrise, riempiendo due boccali di birra scura. Li piazzò sul vassoio rotondo, lisciò la crinolina della gonna ed emerse da dietro il suo rifugio per servire un tavolino all’angolo.

Alcuni clienti fissarono i suoi abiti, incuriositi dalla foggia bizzarra e antiquata, e lei ridacchiò in silenzio, divertita dai loro sguardi. Era bloccata lì da sei mesi, ormai, e si era fatta un ampio guardaroba, ma ogni tanto indossava i vestiti con cui era arrivata solo per quello.
Agli occhi della gente il corsetto ricamato, gli stivali pieni di stringhe e la gonna a balze apparivano come uno strano cosplay steampunk, forse uscito da qualche racconto di H.G. Wells. Non immaginavano quanto fossero vicini alla realtà, quanto lo stesso Wells ci fosse arrivato incredibilmente vicino. Così tanto che Ophelia cominciava a sospettare che il famoso scrittore, proprio come lei, fosse rimasto intrappolato in quell’universo parallelo – forse a causa di un guasto della sua arcinota macchina del tempo? – e avesse sfruttato le proprie memorie per guadagnarsi da vivere.
Tuttavia non le dispiaceva questo posto. Era luminoso e pieno di colori, nonostante fosse decisamente più inquinato e, per troppi versi, molto meno progredito. Le persone erano semplici, gioviali, limitate; soprattutto nella loro visione del mondo. Pensare che c’era ancora gente che discriminava i propri simili per il credo religioso, il colore della pelle o – assurdità delle assurdità – la sessualità!
Da dove veniva Ophelia, nessuno si faceva più problemi su quello da molto tempo. Non era facile preoccuparsi della propria sessualità mentre eri concentrato a capire di che sesso eri. Ma la gente dell’universo in cui era precipitata era umana, Cielo, così umana! Umana come nella sua vecchia, vaporosa Londra non la si vedeva quasi mai. Come i nuovi androidi, il cui aspetto era più simile all’antica specie umana – quella precedente alla Grande Mutazione – degli umani stessi.
Qui non c’erano trasformazioni in vista, niente tentacoli, piume, zoccoli, becchi, code o quant’altro. A meno che non si trattasse di un visitatore da fuori, certo. Ma quelli stavano ben attenti a tenersi nascosti.
La coppietta di clienti al tavolo le rivolse un sorriso cortese, quando Ophelia mise giù le birre, e lei ricambiò con inaffondabile positività. Poi si girò per tornare al bancone, ma si ritrovò a sbattere il naso contro Elia, il suo cameriere, che nel frattempo si era fermato alle sue spalle. La folla e la musica di sottofondo soffocavano i rumori sottili, eppure a quella distanza era impossibile mancare il sonoro ticchettio nel petto del ragazzo.
Lui chinò il capo, facendo piovere qualche ciocca blu sulla fronte. «Mistress, lascia a me il compito di servire ai tavoli» la pregò, cercando di sottrarle il vassoio ormai vuoto.
«Possiamo dividerci il compito, mio caro» lo rassicurò lei, dandogli una gentile pacca sulla spalla. Le unghie sempre imbrattate di olio per motori risaltavano come macchie di caffè sulla camicia bianca.
Elia – 3L1A, in realtà, ma era difficile da pronunciare e suonava davvero poco umano – aggrottò le sopraciglia azzurre e sorprendentemente espressive. Ophelia amava le emozioni che l’ecopelle sapeva mimare, o che lasciava proprio trasparire. Elia era una IA altamente progredita, in grado ormai di comprendere, assimilare e imitare alla perfezione i sentimenti e la gestualità umana. La sua invenzione migliore, la gioia dei suoi occhi.
Sotto il guscio di pelle sintetica si racchiudeva un finissimo sistema a orologeria, come quello delle antiche Coppelia, le bambole preferite del caro bis-bis-bisnonno Hoffman che avevano dato via alla scienza cibernetica per come la si conosceva oggi.
Ophelia portava al collo, appesa a una sottile catenella, la chiave d’ottone che serviva a dare la carica al cuore meccanico dell’androide. Ogni notte la infilava nella piccola fessura tra le scapole di Elia e gli dava la corda come un vecchio carillon, fino a sentire il sistema riavviarsi e frusciare di rassicuranti ticchettii e ronzii.
Elia, con il suo sistema rapido di apprendimento e la conoscenza di centoventitre lingue e dialetti mondiali, era la sua ancora in quell’universo estraneo, la sua colonna portante. Lui aveva compreso la situazione, non appena l’esplosione in laboratorio li aveva sbalzati in una bizzarra strada illuminata da lampioni elettrici – elettrici, per Dio! Che ne era stato del sistema a gas? – rimettendola in piedi e rassettandole i vestiti. Lui l’aveva aiutata ad adattarsi, a trovare le persone che le avevano fornito i documenti necessari e una professione con la quale mantenersi. Lui aveva trovato la gente segreta, i visitatori da altri mondi, che si nascondevano in piena vista, passando per umani, e avevano la tecnologia giusta, quella che avrebbe potuto aiutarla a ricreare le dinamiche dell’incidente. La tecnologia che l’avrebbe riportata a casa. Che avrebbe riportato entrambi a casa.
C’era un Timex ad aspettare Ophelia nel suo nuovo laboratorio, dietro la porticina che i clienti pensavano portasse a un ripostiglio. Un meccanismo di teletrasporto in grado di farla viaggiare in tutti i pianeti dell’universo adatti alla sua specie, in cerca del materiale che le serviva. Ma funzionava per una sola persona.
Elia la seguì fino al bancone, impilando sul proprio vassoio le nuove ordinazioni. «Dovresti andare, Mistress» disse insistente, come ormai faceva ogni volta che avevano occasione di parlare a quattrocchi. «Io sarò qui ad aspettarti. Mi occuperò del locale in tua attesa. Metterò insieme il denaro che ti serve».
Ophelia scosse il capo, riccioli rossi sfuggirono all’acconciature come scintille dal camino. «Aspetteremo, troveremo un altro Timex e viaggeremo insieme».
«Perdonami l’ardire, ma è una sciocchezza, Mistress. Non abbiamo tutte le variabili del calcolo per tornare indietro alla data esatta in cui siamo scomparsi. Il tempo potrebbe essere essenziale» rincarò sottovoce, perché oltre a essere una IA altamente progredita, era anche altamente dispotico e petulante. Ma educato. Sempre educato.
«Insieme o niente» dichiarò la sua creatrice. «È un ordine, 3L1A».
L’androide strinse i denti, ma chinò il capo, ubbidiente. «Sì, Mistress Ophelia» rispose, con voce appena un po’ più metallica del consueto, prima di sollevare gli occhi blu su di lei. E se avessero potuto esserci lacrime di commozione impigliate alle sue ciglia, non sarebbero mancate.
 

L'autrice

Letizia Loi, 23 anni sotto il segno dei Gemelli, inciampò nella scrittura un decennio addietro, quando – stanca d’attendere che uscisse in tutte le librerie – decise di provare a scrivere la sua versione del sequel di un famosissimo libro, non sapendo, nella sua illibata innocenza, che qualcosa del genere già esistesse e si chiamassero Fan Fiction.
Fonti sicure attestano che quel primo lavoro venne dato alle fiamme, ma in seguito la giovane scoprì le suddette Fan Fiction e perse tutta la sua innocenza.
Attualmente pubblica sia a suo nome che sotto lo pseudonimo Hikaru Ryu e lavora come editor per La mela avvelenata.
 

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